QUESTO E’ UN PAESE PER GIOVANI

Ogni giorno ho fatto spola fra Bologna e Ferrara. Complice una cara amica che mi ha offerto il suo materasso per la notte e la sua compagnia di sera, quando tornavo esausta dal festival. Ho girato per Ferrara come una vagabonda con dietro il mio zainone da montagna e le provviste alimentari: mi sono preparata come un soldato per affrontare le invitabili file. Giorno per giorno preparavo il mio programma d’azione: quali incontri vedere, come incastrarli e soprattutto calcolare il tempo necessario per avere la garanzia di riuscire a sentirli. Fare la fila è stata senza dubbio l’attività più intensa dello scorso fine settimana e ciò mi ha offerto lo spunto per riflettere su chi, attorno a me, aspettava. Peccato che grazie al mio accredito avrei potuto saltare la fila, ma per fortuna questo non l’avevo afferrato.

Io ho quasi venticinque anni e devo dire che il pubblico degli “internazionalini” mi ha inizialmente imbarazzato, poi commosso, infine incuriosito. E’ davvero inusuale girare per una città che trasuda di giovani in Italia: non eravamo mica ad un concerto o in uno stadio di calcio. Inizialmente mi ha fatto la stessa sensazione che ho provato tempo fa quando, vagando per le vie di Berlino, continuavo ad imbattermi in giovani donne in evidente stato di gravidanza. Un’amica mi ha detto che di recente il fenomeno si è esteso alle nuove generazioni di immigrate, in particolare le cinesi: anche loro hanno scoperto l’assegno di maternità di 700 euro al mese che la Germania elargisce per figlio fino ai 26 anni. Non si possono di certo biasimare.

Ecco, in un paese come il nostro, stavo inziando a chiedermi dove fossero finiti quelli della mia generazione. Sono sicura che molti si siano sballati questo week-end, altri magari erano a delle partite di calcio, altri ancora a casa a giocare alla playstation. Qualcun altro invece è venuto qui, persino dalla Sicilia, in una città dove ormai ostello e campeggio erano esauriti. C’è chi si è accampato nel parco di notte oppure chi, come me, ha preferito fare il pendolare. Abbiamo fatto la fila per ore, accasciati sui cubetti di porfido per pranzare, ci siamo scambiati l’indirizzo e-mail, abbiamo protestato con per alcuni inconvenienti dell’organizzazione ed infine qualche fortunato è riuscito ad entrare. Si direbbe più facile giocare la schedina per l’Enalotto.

Nonostante il decadimento dell’istruzione e della cultura, il precariato ed il costo della vita, l’invecchiamento e la paura di mettere al mondo un figlio, se in un Paese come questo ci sono ancora dei giovani che fanno la fila per ore per andare in un teatro ad ascoltare delle persone che parlano e basta, allora credo che siamo sulla buona strada. Anzi, forse non l’abbiamo mai persa. Credo che si possa ancora ragionare e un po’ sognare. Questa è la cosa più antimoderna che io abbia mai sentito in un paese come questo, dove si costruiscono “inceneritori di seconda generazione” e si saluta il passaggio al digitale terrestre come un grande evento che ci cambierà la vita. Forse allora a questo io preferisco l’obsolescenza delle parole ed i più semplici rapporti umani.

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